DA MONTEFORTINO A PORTO SANT'ELPIDIO - VALTENNA - VALLE DELLA REGIONE MARCHE

IL GRANDE VIAGGIO DI CONFCOMMERCIO
ALLA SCOPERTA DELLA VALTENNA

TUTTI I COMUNI FANNO PARTE DELLA PROVINCIA DI FERMO AD ECCEZIONE DI MONTE SAN MARTINO
E PENNA SAN GIOVANNI CHE FANNO PARTE DELLA PROVINCIA DI MACERATA

 

NOME DEL COMUNE

ABITANTI KMQ MSLM
[*2*]
SINDACO SITO
WEB
REFERENTE
PROGETTO
C.A.P. PREF
TEL

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MONTEFORTINO 1.264 78,31 638 Lando Siliquini Click here sei un cittadino? siilo tu! 63044 0736
AMANDOLA 3.818 69,42 500 Giulio Saccuti Click here Thomas 63021 0736
SMERILLO 391 11,32 806 Egidio Ricci Click here sei un cittadino? siilo tu! 63020 0734
MONTE SAN MARTINO 810 18,5 603 Valeriano Ghezzi Click here sei un cittadino? siilo tu! 62020 0733
PENNA SAN GIOVANNI 1.193 28,18 630 Emanuele Crisostomi Click here Sonia 62020 0733
SANTA VITTORIA IN MATENANO 1.466 25,96 626 Carlo Maria Pettinelli Click here sei un cittadino? siilo tu! 63028 0734

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SERVIGLIANO 2.381 18,47 216 Maurizio Marinozzi Click here sei un cittadino? siilo tu! 63029 0734
BELMONTE PICENO 677 10,58 312 Danilo Pallotti Click here sei un cittadino? siilo tu! 63020 0734
FALERONE 3.499 24,52 433 Giandomenico Ferrini Click here sei un cittadino? siilo tu! 63022 0734
MONTEGIORGIO 7.101 47,41 411 Armando Benedetti Click here

Simone

63025 0734
GROTTAZZOLINA xxx xxx xxx xxx xxx xxx xxx xxx xxx
MAGLIANO DI TENNA 1.413 7,82 293 Nello De Angelis Click here sei un cittadino? siilo tu! 63025 0734
RAPAGNANO 2015 12,49 314 Remigio Ceroni Click here Alessio 63020 0734

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S
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MONTE URANO 8.467 16,72 247 Francesco Giacinti Click here sei un cittadino? siilo tu! 63015 0734
FERMO 37.859 124,17 319 Saturnino Di Ruscio Click here sei un cittadino? siilo tu! 63023 0734
SANT'ELPIDIO A MARE 16.975 50,38 251 Alessandro Mezzanotte Click here sei un cittadino? siilo tu! 63019 0734
PORTO SANT'ELPIDIO 25.346 18,14 4 Mario Andrenacci Click here sei un cittadino? siilo tu! 63018 0734
 

Se sei un cittadino di uno di questi comuni proponiti come referente per il tuo Comune e vaglieremo la tua proposta di collaborazione

 

INFORMAZIONI TURISTICHE

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MONTEFORTINO
I riferimenti storici fanno risalire i primi insediamenti al periodo dell’Impero di Augusto (29 a.C. – 19 d.C.), quando il territorio di Montefortino viene centuriato ed assegnato ai soldati romani come residenza di fine carriera[3]. Tra il VI e l’VIII secolo fa parte dei territori longobardi ed a questo periodo risale la costruzione della Pieve di Sant’Angelo in Montespino, baluardo dei monaci farfensi nel X e XI secolo. All’inizio dell’XI secolo, invece, risale la costruzione della Chiesa di Santa Maria in Amaro, trasformata nel seicento nel Santuario della Madonna dell’Ambro a seguito del miracolo dell'apparizione della Madonna ad un pastorella muta dalla nascita, che riacquistò la parola. La costruzione del borgo fortificato sulla dorsale di un colle sulla riva destra del Tenna risale, invece, al XII secolo. Diventa libero comune nel 1084 con un proprio statuto, modificato nel 1126 [4]. Il periodo comunale vede Montefortino schierato con il castello di Monte Passillo (l’attuale Comunanza), in contrapposizione alle vicine Amandola e Montemonaco, lotte al termine delle quali nel 1265 venne costruita la Chiesa della Madonna della Pace. Dopo essere stato possedimento di Fermo, Montefortino passò sotto Camerino nella prima metà del Quattrocento e poi nella Signoria degli Sforza. Nel 1586 venne incorporta nel Presidiato di Montalto dello Stato Pontificio e nel 1860 votò per il passaggio dalla Diocesi di Fermo dello Stato Pontificio al Regno d'Italia. Del borgo fortificato sono rimaste la Porta di Santa Lucia, la Porta San Biagio (o Portarella) e la Porta di Valle. Queste prte immettono in una serie di vicoli che portano in Piazza Re Umberto I, caratterizzata da un'ampia vista panoramica. Di origine longobarda è la chiesa di Sant'Angelo in Montespino, dedicata a San Michele Arcangelo ed al 1549 risale la costruzione del convento e della chiesa di San Francesco, mentre alla seconda metà del Cinquecento risale il Santuario della Madonna dell'Ambro. Di particolare interesse è anche il Palazzo Leopardi, sede della Pinacoteca civica Fortunato Duranti e del Museo di arte sacra comunale e diocesano, mentre per gli escursionisti vanno citate le Gole dell'Infernaccio sovrastate dal ricostruito Eremo di San Leonardo in Volubrio, situate tra il Monte Sibilla ed il Monte Priora e la Casa del Parco dei Monti Sibillini di Rubbiano.

> Eremo di San Leonardo

> Centro storico

> Monte Sibilla

> Monte Priora

 

AMANDOLA
La città nacque nel 1248 dall'unione dei tre castelli di Agello, Leone e Marrubbione, i quali sorti da tempo, si eressero a libero comune. Il nome che per tradizione si vuole derivi da un "mandorlo", chiamato in dialetto fermano la mannola, ad indicare sia il frutto che l'albero, il quale veniva ammirato nella zona, sembra anche significare emblematicamente la posizione panoramica sul rilievo collinare che occupa, con lo scenario dei Monti Sibillini alle sue spalle, ad ovest. Ebbe gli Statuti nel 1265 e viene ricordata per la fiorente industria della tessitura tra medioevo e rinascimento. Durante la seconda guerra mondiale, nel periodo dell'occupazione tedesca, nel settembre 1943, giunsero ad Amandola due famiglie di profughi ebrei jugoslavi (otto persone in tutto) in fuga verso il sud. Nonostante il pericolo, l'intero paese, guidato dal capostazione Giuseppe Brutti, si mobilitò in loro aiuto. Fu formata tra gli abitanti una commissione che si adoperò per dare gratuitamente ai profughi - che erano privi di tutto - alloggio, cibo e coperte e tutto quanto essi necessitassero. Quando un delatore rivelò la presenza di ebrei nel paese, essi furono trasferiti nella frazione di San Cristoforo, dove rimasero fino alla Liberazione. Per la loro azione, Giuseppe Brutti e la consorte Elvira Lucci Brutti sono stati insigniti dell'alta onorificenza di Giusti tra le nazioni dall'Istituto Yad Vashem a Gerusalemme. Luoghi d'interesse: La cittadina presenta un centro storico che attesta la ricchezza del suo passato e soprattutto la fioritura del proprio artigianato. Anche oggi la lavorazione del legno, il restauro e l'antiquariato del mobile, sono presenti e di notevole interesse. Amandola da molti anni si è caratterizzata come centro turistico montano ricco di una efficiente ricettività e con impianti sportivi e ricreativi che rendono piacevole il soggiorno. Una delle costruzioni più significative è la chiesa di Sant'Agostino o santuario del Beato Antonio risalente al XV secolo, caratterizzata da un portale in stile gotico di ispirazione veneziana, e da un campanile realizzato da P. Lombardo. Un'altra chiesa romanico-gotica anche se rimaneggiata è San Francesco, che conserva un portale e gli affreschi situati alla base del campanile. Nel chiostro sono ospitati il museo antropogeografico ed il museo della civiltà contadina. La settecentesca ex-Collegiata ora è adibita a struttura cine-teatrale. Nella Piazza alta si trova il Palazzo del Podestà del 1352, con la torre parzialmente ricostruita nel 1547, il Teatro comunale La Fenice ed il Palazzo del Popolo, trasformato in un convento di benedettine. Altri monumenti d'interesse sono l'Abbazia dei Santi Rufino e Vitale e l'Abbazia dei Santi Vincenzo e Anastasio.
Di seguito alcune di specialità culinarie di Amandola: Crispella, è molto simile ad una frittella ma ha un gusto completamente diverso. Sopra ad essa vi si può aggiungere sale o zucchero a seconda delle preferenze. Coppa maritata, fetta di pane raffermo imbevuta nell'uovo sbattuto come per fare la frittata, e successivamente fritta in olio bollente, e mangiata caldo. è una originale prelibatezza. Vincisgrassi, lasagne rosse al forno, il cui sugo di carne mista, prevede nella ricetta originale pezzi finemente tritati di interiora di pollo. Fregnaccia, pasta sfoglia delle lasagne condita con sugo ed arrotolata, oppure semplicemente condita con pecorino grattugiato e pepe nero. La sagra la si celebra verso la metà di luglio in Amandola. Pancetta, rinomata per la sua preparazione, è stata resa famosa in Italia dal motoclub "Aquile dei Sibillini" che, viaggiando di motoraduno in motoraduno e organizzando il motoraduno "della Pancetta" appunto ha esportato questo prodotto. Lo 'Ngriccio, è una minestra composta da patate e vari legumi. È deliziosa se fatta bene. Lo si può assaggiare quando avviene la festa di "Santa Maria della Meta" a settembre nella frazione Rustici. Il mistrà, liquore ottenuto dalla distillazione del vino e semi di anice, reso famoso dalla ditta Varnelli. Vino cotto, specialità soprattutto di Loro Piceno, anche in Amandola la produzione è ottima e di buon gusto. Ciauscolo, salame in cui viene usata la stessa carne delle salsicce ed un po' di aglio. Porchetta, maiale disossato e cotto intero al forno a fuoco lento. La carne viene internamente condita con sale, pepe, agli interi ed abbondatnte finocchio selvatico. si mangia fredda tagliata a fette sottili Cicerchiata, dolce tipico di carnevale fatto con l'impasto usato per fare la pasta all'uovo a cui viene aggiunto un po' di mistrà. Viene fritto in piccole palline delle dimensioni dei ceci (da cui il nome cicerchiata), fatto sgocciolare, ed amalgamato in pentola con miele. Viene fatto raffreddare a forma di ciambella e mangiato a fette. Può essere decorato con zuccherini colorati in onore del carnevale. Negli ultimi anni si è diffusa la versione con miele e cacao Calcione, ha la forma di un grosso raviolo ripieno però o di ricotta o di cioccolato o di crema di castagne e cacao profumato con mistrà. Inoltre Amandola è resa famosa dal tartufo, nelle varietà di tartufo bianco o nero.
 

> Ponte romanico-gotico sul Tenna

> Chiesa della SS. Trinità

> Convento dei Cappuccini e Chiesa di San Bernardino

> Chiesa di Sant'Agostino,

> Santuario del Beato Antonio con annesso chiostro Chiesa di Santa Maria (alle falde del colle Agello)

> Chiesa di San Francesco, con annesso Chiostro ed Oratorio del SS. Rosario Abbazia dei SS. Vincenzo e Anastasio

> Vitale Chiesa di San Pietro e Monastero di San Lorenzo

> Convento di San Ruffino e Vitale (caratteristica dell'aria: odore di acque solfuree) Tel. 0736-847406
Padre Benedetto Tosolini, responsabile. Ha trascorso 10 anni a Chiaravalle di Fiastra ed ora è Monaco di spiritualità cistercense sotto le dipendenze del Vescovo Luigi Conti di Fermo
Orari delle SS. Messe: Domenica ore 9.30 (S.Martino al Faggio di Smerillo), ore 11.00 a San Ruffino, ore 18.30 a San Ruffino (con l'ora solare alle ore 18.00 [*1*]). Durante la settimana ore 18.30 (ora legale), ore 18.00 (ora solare). Il Sabato alle ore 07.45

> Forno da Rosa: consigliata la specialità dolce "Pane del Pescatore"

> Latte appena munto, azienda agricola Roberto di Mulo Filippo

> IAT Ufficio Informazioni

> Lago di San Ruffino (vicino al Convento)

 

SMERILLO
Smerillo (in dialetto fermano Smirillu o Smerillu) è un comune italiano di 391 abitanti della provincia di Fermo nelle Marche. Il comune fa parte del circondario amministrativo montano di Amandola della provincia di Fermo, comprendente oltre al capoluogo circondariale, anche i comuni preappenninici di Montefalcone Appennino, Montefortino, Montelparo, Santa Vittoria in Matenano. È a 806 m s.l.m. e si situa su uno sperone roccioso a metà strada tra i Monti Sibillini e il mare Adriatico. Nel medioevo era un castello pari in dignità con Fermo. Restano di questa antica grandezza i ruderi delle mura di cinta del castello, la porta nord e il "cassero". Il nome sembra derivi da un falchetto "lo smeriglio" con cui il feudatario cacciava. Qualcuno fa risalire il nome alla famiglia di signorotti "De Smerillo" che ha abitato il paese.

> Vecchia Stazione della Ferrovia Adriatico Fermo Amandola (AFA)

> Salone degli Artisti

> Museo dei Sibillini

> Agriturismo "Il Vecchio Tasso" con Piscina

 

MONTE SAN MARTINO
Monte San Martino, in dialetto fermano detto Monsammartì, è un comune italiano di 810 abitanti[1] della provincia di Macerata nelle Marche. Il comune di Monte San Martino si trova su uno sperone di roccia, a 603 m s.l.m. nella provincia di Macerata. È un paese di 808 abitanti, con un'economia basata sull'agricoltura. Contrade: Santa Maria Maddalena, Santo Stefano, San Venanzo, Villa Palombi, Anselmi, Barchetta. Le sue origini si sono ormai perse: se qualcuno ritiene che fosse una antica colonia romana (per via della vicina Falerio, oggi Falerone), altri parlano invece di un insediamento piceno in seguito alla sconfitta subita da parte di Strabone o piuttosto zona di villeggiatura dei patrizi di Faleria. Con certezza si sa che agli inizi del 900 (X secolo) venne fondato il monastero di Santa Caterina, il che fa supporre, come peraltro anche il nome del paese, riferentesi a Martino, vescovo di Tours, a un passaggio dei Franchi a causa del quale il vecchio nome di Ars Rubetana cambiò in quello attuale. Poi, per concessione papale, grazie allo schieramento con la parte guelfa, ottenne dal Pontefice la possibilità di essere governato dai suoi stessi signori in una signoria o, più probabilmente, in una consignoria e in forme autonome di governo (libero comune nel 1240, escluso un breve periodo di sottomissione ai Da Varano di Camerino), al quale parteciparono famiglie di antica nobiltà presenti nel paese o accorpate alla nobiltà locale nei secoli, come i Properzi-Brunforte, gli Urbani (forse ex feudatari,nobili pontifici), i Palombi (nobili pontifici), i Ricci (patrizi di Fermo, nobili pontifici); Personaggi illustri: l'Abate Armando Ricci, Giovambattista Urbani, Angelo Palombi Cavaliere della Militia Aurata. Nel mese di marzo dell'anno 1991, sindaco Virgili, il comune di Monte San Martino, con delibere di consiglio e di giunta, in adesione coerente con la volontà della stragrande maggioranza, o della quasi totalità della sua popolazione, che per rapporti di lavoro e relazioni sociali frequenta abitualmente il Fermano, ha votato favorevolmente per far parte integrante della provincia di Fermo, dalla quale è circondato su ben tre lati del territorio: est, sud ed ovest. Da segnalarsi tre polittici dei Crivelli, due di Vittore e uno di Carlo, un polittico di Girolamo di Giovanni da Camerino e un affresco di Vincenzo Pagani da Monterubbiano. In piazza, i palazzi nobiliari quattro-cinquecenteschi Urbani, Palombi, Giansanti, Ricci. Quattro porte castellane: Delle Grazie, Coccione, Parco Rimembranza e del Tornello.

 

PENNA SAN GIOVANNI
Penna San Giovanni è un comune italiano di 1.193 abitanti della provincia di Macerata nelle Marche.

> Parco delle Terme Saline

> Teatro Flora: Il Teatro Flora di Penna San Giovanni fu edificato intorno al 1780 all’interno del Palazzo dei Priori grazie all'istituzione di un condominio teatrale, sistema grazie al quale furono creati nelle Marche, tra la fine del Seicento e l'inizio dell'Ottocento, un gran numero di piccoli e grandi teatri, primo fra tutti il Teatro della Fortuna di Fano (1677). Questo modello di teatro barocco in miniatura, pur nelle sue modeste dimensioni, è sicuramente degno di nota sia per la sua rara bellezza, sia per la singolarità della sua struttura che si mantiene intatta con l'originale decorazione da più di duecento anni. L’intera sala teatrale fu realizzata, infatti, quasi interamente in legno dal pittore locale Antonio Liozzi (1730-1807). Il Teatro Flora - Vista generale della sala.All’artista pennese, formatosi presso la scuola romana del pittore Marco Benefial, si deve sia la struttura, sia la decorazione pittorica caratterizzata da motivi floreali (da qui forse “Teatro Flora”) e dipinti trompe-l’oeil. Una serie di esili colonne in legno di pianta esagonale e dipinte con un motivo a finto marmo, sorreggono, rinforzate da un'anima in acciaio, due ordini di palchi con balaustre lignee decorate da finte cornici e sormontate da festoni floreali. Al di sopra della sala il Liozzi, al centro di un complesso gioco di cornici e modanature, sfonda il soffitto ligneo, aprendolo su un cielo azzurro in cui campeggia la dea Flora. Lasciato per anni in disuso ed in stato di abbandono, il teatro Flora è stato recuperato nel 1985.

 

SANTA VITTORIA IN MATENANO
Santa Vittoria in Matenano (in dialetto fermano Santa Vittò) è un comune italiano di 1.466 abitanti della provincia di Fermo nelle Marche. Il comune fa parte del Circondario amministrativo montano di Amandola della provincia di Fermo, comprendente oltre al capoluogo circondariale, anche i comuni preappenninici di Montefalcone Appennino, Montefortino, Montelparo, Smerillo. Santa Vittoria fu fondata nel 890 dai monaci dall'Abbazia di Farfa. Questa abbazia, protetta dell’Imperatore Carlo Magno, nel periodo di suo massimo splendore controllava gran parte dell'Italia Centrale, ma, a seguito della decadenza dell'Impero Carolingio, venne assediata dai Saraceni. Dopo sette anni di assedio, l’abbazia venne alla fine abbandonata dai monaci che, divisi in tre gruppi e sotto la guida dell’abate Pietro I, si diressero verso il monastero di S. Ippolito e S. Giovanni in Silva a Santa Vittoria, verso Rieti, dove vennero trucidati dai Saraceni, e verso Roma, da dove l'abate Ratfredo ricondusse i monaci a Farfa alla termine del saccheggio, culminato con l’incendio dell’abbazia. Per migliorare la sicurezza di Santa Vittoria, l'abate Pietro fece costruire un castello sul Monte Matenano, che sovrasta il paese; il 20 giugno 934 l'abate Ratfredo fece trasportare il corpo di Santa Vittoria, martire cristiana del III secolo appartenente ad una nobile famiglia romana, nella basilica-santuario del monastero realizzato su questo monte. Nella seconda metà del XIII secolo Santa Vittoria divenne sede del Presidiato Farfense, avendo giurisdizione su gran parte delle attuali province di Ascoli Piceno, Fermo e Macerata. Tra il 1235 ed il 1238 fu costruita la torre dell’abate Odorisio e nei suoi pressi fu costruito anche il Palazzo Comunale, successivamente demolito nel 1771 insieme al castello e al monastero farfense per i danni provocati dalle intemperie e dai terremoti. Nel 1406 Santa Vittoria ebbe un suo statuto, documento attualmente custodito nell'archivio comunale. Santa Vittoria fu un centro artistico e letterario e dalla sua abbazia proviene la regola benedettina che costituisce il documento volgare più antico delle Marche, attualmente conservato nella biblioteca di Ascoli Piceno. Luoghi d'interesse: Il centro storico del paese conserva l'antico tracciato medioevale e le caratteristiche costruzioni in mattoni, come il Palazzo Melis, la chiesa di S. Agostino, la Torre dell'Abate Oderisio ed il Monastero delle Benedettine. Sulla vetta del Monte Matenano si conserva il complesso del "Cappellone degli Innocenti", con il Santuario della Collegiata di Santa Vittoria, realizzato tra il 1741 ed il 1815, che ospita nella cripta l'arca della Santa.

> Piscina estiva coperta

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SERVIGLIANO
Servigliano (in dialetto fermano Sarvejà o Servejà, o più modernamente Servijà; dal 1771 al 1863 Castel Clementino) è un comune italiano di 2.381 abitanti della provincia di Fermo nelle Marche. Era una fortezza. Il nome (che richiama un Servilius o la gens Servilia) deriva da un insediamento romano che sorgeva a 4 chilometri di distanza in posizione più elevata rispetto all'attuale locazione. Nel 1771 il paese franò e fu ricostruito da Clemente XIV prendendo in suo onore il nome di Castel Clementino. La costruzione proseguì sotto Pio VI. Nel 1863, con l'unità id'Italia, il paese riprese l'antico nome. Nel 1915 a Servigliano fu costruito un grande campo di prigionia che dalla prima guerra mondiale fino al 1955 condizionerà pesantemente le vicende storiche del paese che vide dapprima la presenza di prigionieri austriaci, quindi di ebrei, greci, inglesi e americani, maltesi, e infine di profughi italiani dall'Istria, Libia e Etiopia. IL CAMPO DI PRIGIONIA: Il campo di prigionia di Servigliano nacque per i prigionieri di guerra austriaci durante la prima guerra mondiale, quindi fu usato come campo di internamento civile e militare istituito dal governo fascista al momento dell'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale (dall'ottobre 1940 al settembre 1943), poi come campo di concentramento istituito dalla Repubblica Sociale Italiana a livello provinciale per adunarvi civili stranieri ed ebrei in attesa di deportazione (dall'ottobre 1943 al giugno 1944), e infine nel secondo dopoguerra, fino al 1955, come campo profughi per italiani provenienti dall'Istria, Libia e Etiopia. Dopo il 1955 il campo rimase in completo abbandono. Negli anni Settanta, le baracche, ormai fatiscenti, vennero abbattute e nell'area il Comune vi costruì un centro polisportivo. Al di fuori di qualche rudere, del campo non resta oggi praticamente altro che l'imponente muro di cinta perimetrale e qualche casetta di quelle che all'esterno ospitavano le guardie, oggi adattate a civile abitazione. Esiste il progetto di realizzazione di una Casa della Memoria con materiale documentario e fotografico relativo al campo. Due lapidi ricordano in paese gli eventi relativi al campo; la prima fu posta dai prigionieri inglesi e americani fuggiti dal campo dopo l'8 settembre 1943; la seconda, più recente, è in memoria dei deportati e di quanti trovarono scampo grazie all'aiuto loro offerto da alcune famiglie del luogo.

> Cinema Multisala

> Centro storico

 

BELMONTE PICENO
Belmonte Piceno (Vermonte in dialetto fermano) è un comune italiano di 677 abitanti della provincia di Fermo, nelle Marche. Sul suo territorio è stata rinvenuta una necropoli picena.

> Centro Storico

> Città dei Piceni, necropoli Picena

 

FALERONE
Falerone (in dialetto fermano Falleró o Faleró) è un comune italiano di 3.499 abitanti della provincia di Fermo, nelle Marche. Lo stemma raffigurante un'armatura medievale, ricorda la dominazione del paese da parte della locale Signoria di feudatari sassoni,eredi di un popolo tradizionalmente bellicoso e votato alla guerra, che crearono una proprio stato dominando su 30 castelli della media-alta Val di Tenna, facendo di Falerone la loro capitale. Tale dinastia feudale risulta esistente nel territorio già nel 962, quanto il suo capostitipe Mainardo venne nominato conte dall'Imperatore germanico Ottone il grande e creato vassallo della Chiesa dal vescovo di Fermo Gaidolfo.Nello stemma oltre all'elmo con pennacchio agli spallacci e ai fiancali di protezione compare uno scudo sannitico. Ha al suo interno una banda rossa su sfondo blu con su scritto S.P.Q.F ricorda la grandezza e lo splendore della città romana di Falerio Picenus sorta in questo comune nel 29 a.C non inferiore per importanza alla vicina città di Fermo. Nel 90 a.C ai piedi del Mons Falarinus (poi Falerone medievale), è ricordata la sconfitta dei Romani guidati da Pompeo Strabone da parte dei socii piceni comandati da Gaio Vidacilio, Publio Ventidio e Tito Lafrenio, nel percorso delle legioni romane verso Fermo. Del 29 a.C., nella centuriazione augustea della Valle del Tenna, è l'edificazione di Falerio Picenus punto di snodo fra Firmum, Urbs Salvia e Ausculum. La rappresentazione grafica di Falerio Picenus nel codice Acernario del sec.VI, con le due porte, a nord verso Urbs Salvia, e a sud verso Novana e Ausculum, ci conferma l'importanza del castrum. Nel IV e V sec. la sede del vescovo di Falerio passa a Fermo, segno evidente dell'evidente stato di decadenza della città romana già preda di orde barbariche e del conseguente spopolamento e perdita di prestigio di centri romani a vantaggio di città più grandi. Rimane a Falerone la pieve di Santo Stefano, sotto la giurisdizione di Fermo. Nel 765 è sede di un gastaldato longobardo dipendente dal Ducato di Fermo, istituito da Re Desiderio dei Longobardi in funzione antimeridionale, contro i due ducati di Spoleto e Benevento. Il gastaldo Volveto lascia un'iscrizione sul suo sepolcro, forse in San Giovanni delle Piagge (distrutta), sovrastante le Piane di Falerone, dove è anche la chiesa longobarda di San Paolino da Nola. Nel 977 con il sorgere di un grande Stato feudale nell'alta collina fermana-maceratese retta dalla Signoria dei Brunforte e dei discendenti di Mainardo; Falerone diventa uno dei Castelli Maggiori. I suoi signori, vicari di Farfa, accesi ghibellini collegati con i Montefeltro e i Visconti mantengono il predominio sui Castelli vicini e su Falerone sino al 1378. Nel 1274, nella divisione dei beni tra Pietro e Offreduccio figli di Fallerone, il paese e i suoi abitanti sono soggetti al dominio feudale dei signori, insieme a Penna San Giovanni, Belluco, Servigliano, una parte di Loro Piceno, Cerreto, Bascione di Falerone ecc. Non si parla quindi di Comune fino al 1378, quando i signori di Falerone, nelle persone di Stefano e Vanni (detto Vagnozzo) figli di Pietro II, dovettero lasciare la residenza faleronese e risiedere a Fermo, come condanna loro inflitta dal Consiglio Fermano per l'uccisione di Berto, figlio di Filippo, signore di Massa Fermana, compiuta durante una rissa scoppiata durante una festa locale. La condanna funse da pretesto per i Fermani per sradicare la signoria faleronese ed occupare Falerone, decretando la fine dei cosiddetti domini contadini dei nobiles locali che per circa due secoli dal XI sec. al XIII sec. avevano dato prestigio e potenza ai loro castelli e alle loro signorie. Il processo di occupazione militare fermana e distruzione delle resistenze locali finisce per coinvolgere diversi altri paesi insieme a Falerone. Le casate più nobili sono eliminate e sradicate dai loro feudi: così come Stefano e Vanni da Pietro II, anche Gentile da Mogliano è spogliato dei suoi beni, Boffo da Massa fatto fuori, i Monteverde vengono eliminati, i Brunforte dispersi e le rocche di Montappone, Massa Fermana, Penna San Giovanni, Sant'Angelo in Pontano, loro dimore, vengono distrutte. Il tutto si offre a vantaggio della formazione dello Stato di Fermo e della sua Signoria sui castelli del suo comprensorio, entità che durerà fino all'Unità d'Italia con lo scioglimento della Marca Fermana.

Falerone dall'età moderna a quella contemporanea L'occupazione da parte dei fermani non garantì alla popolazione faleronese anni di pace e prosperità; all'alba del XV secolo il castello fu preda di saccheggi e invasioni operate da parte dei diversi capitani di ventura e mercenari in viaggio per la Marca. Già nel 1348 Falerone si arrese a Guastafamiglia Malatesta; nel 1358 venne espugnato da Anichino di Baumgarten mentre l'anno successivo fu la volta di Corrado di Landau. Nell'ottobre del 1413 subì la presa di Carlo Malatesta mentre appartiene al maggio del 1418 la conquista operata da Braccio da Montone nel tentativo di catturare Ludovico Migliorati signore di Fermo, rifugiatosi nel Castello di Falerone. Il Montone espugna la rocca e saccheggia l'abitato, imprigionando tutti gli abitanti e distruggendo l'archivio storico e gli atti pubblici della comunità, pervenuti fino a quella data. Egli riesce nel tentativo di catturare il Migliorati e pretende da lui, il pagamento di 9000 ducati per il riscatto dei suoi prigionieri. Nel giugno del 1444 si ricorda l'assalto di Niccolò Piccinino da Perugia e nell'estate del 1498 il tentativo vano di Ercole Bentivoglio. Nel 1527 i discendenti di Pietro II, gli Euffreducci, Oliverotto da Fermo e il nipote Ludovico dei signori di Falerone, sostenuti da popolazioni fedeli nel loro e in altri 12 castelli, tentano una loro signoria su Fermo, ma sono eliminati l'uno, Oliverotto da Cesare Borgia, l'altro, Lodovico, da Niccolò Bonafede, cardinale legato dello Stato della Chiesa. Le cronache narrano che Ludovico, in contrasto aperto con i pontifici, nel febbraio del 1520 entra a Falerone con un esercito di 200 cavalli e 2000 fanti, accolto dai suoi partigiani e dalla popolazione a lui fedele. Nel marzo dello stesso anno, in seguito al rifiuto di resa da parte del legato pontificio, viene assalito da Giovanni de' Medici (Giovanni delle Bande Nere) che lo costringe ad uscire fuori dal castello di Falerone, e a darsi battaglia lungo la valle del Tenna. Lo scontro gli è fatale; le sue milizie in netta inferiorità numerica rispetto all'esercito pontificio guidato da Niccolò Bonafede, Giovanni de' Medici e Brancadoro da Fermo, vengono disperse e Loduvico rimane ucciso da un colpo di picca infertogli da Carlo d'Offida. Quest'ultimo poi, con la vittoria, entra in Falerone e si abbandona al saccheggio della località. Con la morte di Ludovico, i beni degli Euffreducci e i diritti sul castello di Falerone, valutati intorno ai 40000 ducati, passano in possesso di Giovanni de' Medici per ordine di suo cugino, papa Leone X, come risarcimento per le spese militari affrontate insieme ad un premio di 6000 ducati per la repressione dei focolai d'insurrezione nelle Marche. Con la battaglia di Falerone del 1520, gli Euffreducci costituiscono l'ultimo tentativo espresso dalla classe feudale locale di creare una signoria,uno stato stabile attorno alla città di Fermo, in opposizione allo Stato della Chiesa. Molti dei loro partigiani sono fatti fuori, altri fuggono a Venezia e in Romagna, per poi ritornare a Falerone sotto il cognome di Emiliani, assumendo così una denominazione trasformata; Fabrizio, figlio di Pietro III da Falerone, è il primo ad assumere dopo il suo ritorno, il cognome "Emiliano" dando inizio ad una dinastia che in breve tempo ascende ai maggiori gradi della nobiltà locale, conseguendo il patriziato fermano. Nel Codex.Dipl. il Castello di Falerone risulta quindi presidiato militarmente dai Fermani; distrutti i Castelli di Bascione, Castelnuovo e Agello nel territorio faleronese. Negli Statuti di Fermo del 1507 Falerone è tra i Castelli maggiori, ma la sua prevedibile decadenza in uno Stato Pontificio ostile, dirotta su altre città le classi dirigenti e la funzione amministrativa, quando la sede del Governatore viene trasferita prima da Falerone a Montappone, per poi insediarsi definitamente a Montegiorgio.Decadenza visibile anche in età napoleonica: Montegiorgio è riconosciuto come capo cantone sui comuni di Magliano di Tenna, Falerone, Montappone, Monte Vidon Corrado, Francavilla d'Ete, Mogliano e Loro Piceno. Falerone è località tra le più rappresentative del Piceno: unisce testimonianze importanti dell'età romana e altomedievale e medievale, con tradizioni persistenti della civiltà contadina e con un precoce inserimento già nel XVIII sec. delle manifatture del settore della paglia e dei cappelli, attorno al quale ricostruisce il suo distretto con Monte Vidon Corrado, Montappone e Massa Fermana. Gli antichi Signori feudatari di Falerone [modifica] Nel Basso Medioevo, dal Mille al Rinascimento, la Storia di Falerone è tutta imperniata sulla Signoria Locale;tale dinastia numerosa si arricchì nel tempo di rami collaterali, che finirono per insediarsi nei castelli e comuni del circondario della Media Val Tenna, creando quindi un propria influenza su gran parte del territorio della Marca Fermana; sarà quindi doveroso presentare la Tavola Genealogica illustrando solo i personaggi più importanti, coloro che hanno fatto parlare maggiormente le cronache del tempo. Conviene iniziare dal suo capostipide, creato feudatario della Chiesa dal Vescovo fermano Gaidolfo e nominato conte dall'imperatore germanico Ottone il Grande, probabilmente nel 962, quando egli sostò per alcuni giorni a Fermo. La notizia di tale nomina ci perviene dal più antico documento dell'Archivio Statale di Fermo, il codex 1030; le parole che contiene sono solenni, l'atto è del X sec.,"anno abbazia incarnatione nonagesimo septuagesimo septimo..." (977): "...Nos Gaidulphus episcopus sanctae firmanae ecclesiae....dedimus tibi Mainardo comes filii quondam Sifredi et filiis et nepotis tuis usque ad tertiam generationem ad usufruendum rem iuris sanctae firmanae ecclesiae..." "...Noi Gaidolfo vescovo della Santa Chiesa Fermana diamo a te conte Mainardo, figlio del fu Sigfrido, a ai tuoi figli e ai tuoi nipoti fino alla terza generazione, il patrimonio della Chiesa Fermana..." ...che si estende da capo "fine Alpi Montis de pede fino rigo Scave qui venit in Tenna maiore...de uno lato fluvio Aso...", "da una parte dalle vette dei Sibillini e dall'altra circa a metà della valle del Tenna (tra Santa Vittoria in Matenano e Curetta di Servigliano) e a sud del fiume Aso..." e altri punti di riferimento. Sulla nomina di Mainardo, non vi è alcun dubbio che tra la sua famiglia fosse proprio lui il primo a fregiarsi del titolo di conte, né suo padre Sifredo, né suo nonno, l'omonimo Mainardo, vengono citati con titoli nobiliari, ma solamente come semplici cittadini, mentre quando si nomina il nostro Mainardo, lo si fa sempre con il suo titolo di conte. D'altra parte è sicuro che il conte Mainardo fosse assai ricco, sia per meriti che per eredità potendo disporre, all'atto della convenzione con il vescovo fermano di oggetti d'oro e d'argento per il valore complessivo di 2000 soldi, oltre le terre date in compenso e parte in cambio di quella della Chiesa fermana, con un censo annuo di 5 soldi di corso legale. Mainardo figura quindi come primo conte; è molto probabile che esso sia nato presso il confine comunale tra Santa Vittoria in Matenano e Servigliano, dato che nel citato documento del 977, indicando i confini di alcuni terreni, il vescovo Gaidolfo rivolgendosi al conte, usa varie volte la frase: “Da un lato la terra tua…” confinante con il fosso Tassiano (odierno San Gualtiero) “La terra tua delimitata da un lato dal fosso Tassenario…ecc”. Quindi la casa paterna di Mainardo era posto lungo tale confine, dove detenevano proprietà e terreni i Monaci dell'Abbazia di Farfa. Dal Chronicon Farfense redatto dallo storico Gregorio da Catino veniamo a sapere che il conte Mainardo si era appropriato di vasti ed importanti beni posseduti già dai Farfensi: le corti e tenute di Cisterna di Montegiorgio e Monacesca presso il fiume Tenna, nel luogo dell'Antica Abbazia femminile che sorgeva in contrada Murgiano presso le attuali Piane di Montegiorgio, la vasta corte di Mogliano con più di 11000 moggi di terra di pertinenza, la corte di Apriano, a metà strada fra Montegiorgio e San Marco di Ponzano di Fermo, e in territorio di Sant'Angelo in Pontano, terre e castagneti. Tale occupazione appariva per Mainardo di sangue longobardo, come un onesto recupero di beni appartenuti per secoli al popolo longobardo, in virtù del Gastaldo di Falerone, mentre per il monaco Gisone, preposto di Montegiorgio, era semplicemente un'usurpazione. Lo stesso Chronicon ci ricorda come alla morte del conte, tutti i suoi beni furono divisi fra i due figli, Giberto ed Offone. Giberto I stabilì per sé e per i suoi discendenti la residenza a Falerone e si impossessò di beni nelle vicinanze: la corte di Sant'Angelo in Pontano, l'antica chiesa di Sant'Angelo edificata presso il Tenna, nelle attuali Piane di Montegiorgio, con tutte le pertinenze annesse: Castagneto, Cisterna e Monacesca di Montegiorgio. Alla sua morte i beni passarono ai figli. Offone stabilì invece la sua residenza a Villamagna in territorio di Urbisaglia alienandosi la corte di Mogliano di 11000 moggi di terra; risulta presente in questa corte una chiesa dedicata a Santa Vittoria, oggi non più esistente. Alla sua morte i beni passarono a Faroldo, il suo primogenito; quest'ultimo è citato in atti notarili del 1036 e del 1097 e risulta morto intorno al 1101. Con i figli di Mainardo hanno inizio due fra le dinastie più potenti e feconde che partendo dai castelli originari, amplieranno le loro dipendenze verso le medie valli, occupando con i loro discendenti ogni spazio. Offone dunque, verso Fiastra e il Chienti, Giberto nella parte centrale del Tenna, La loro denominazione dai Castelli: “domini de Moellano, domini de Monteverde, de Fallerono, de Lauro, de Smerillo” non inficia la sostanziale unità del loro sistema politico e l'azione comune che essi perseguono appoggiandosi e collegandosi. In ogni momento politico, in ogni patto di pace o conflitto, li troviamo tutti uniti e schierati con i rispettivi castelli, rappresentati da coloro che considerano i loro capi:i Brunforte, i Mogliano, i Monteverde, i Falerone, che appaiono come le diramazioni e le famiglie più potenti. Tali signori, per mezzo di matrimoni, accordi ed usurpazioni, si allargano fino a controllare tutto il Territorio della Marca Meridionale, dal Chienti al Tronto, creando un grande stato feudale retto da una fitta rete di vassali e famiglie. Dei Signori di Falerone, successore di Giberto I è: Mainardo II, figlio di Giberto. Esmidone, figlio di Mainardo II cittadino faleronese che spesso si recava a Fermo, allora capoluogo della Marca fermana; figura in documenti del 1121 e 1141 e si apprende che ha due figli: Giberto II che è legittimo e Gentile che invece è naturale ed è soprannominato “Avoltrino” dalla contrada materna sita tra Fermo e Lapedona. Esmidone per non diseredare il figlio naturale, si attiene alla legge longobarda, che dispone che l'eredità di un figlio naturale riconosciuto, deve essere confermata e approvata dai figli legittimi e di fatto il conte Giberto II non solo conferma la detta eredità, ma permutò alcuni suoi beni destinandoli al fratello. Gentile Avoltrino ebbe tre figli naturali, chiamati Allegretto, Giberto ed Ofreduccio, i quali per il fatto d'essere figli naturali di padre naturale, secondo la legge longobarda non potevano ereditare. Perciò furono affidati dal padre Gentile al vescovo fermano Liberato, insieme alla donazione di terre e beni, a condizione che fossero protetti contro le opposizioni dei cugini, i figli legittimi dello zio Giberto II. Dei figli di Giberto II morto intorno al 1150 sono da ricordare Rinaldo il Vecchio, Baligano di Fermo, Bernardo di Monteverde e Ruggero di Fallerone. Rinaldo detto il Vecchio, è il fondatore della dinastia dei domini de Moellano, poiché suo figlio Fidesmido si sposta dalla casa originaria e si insedia nel Castello di Mogliano, dando inizio alla sua discendenza. Suo nipote Rinaldo II il Grande (morto nel 1282) si insedia nel castello di Brunforte tra Sarnano e Amandola, dando inizio all'omonima dinastia dei Brunforte. Baligano, già arcidiacono della Chiesa Fermana, ne diviene vescovo (1145-1167), ottiene dai fratelli il Castello di Francavilla d'Ete, nel tentativo di fortificare i castelli della Val di Chienti contro il Marchese di Ancona Guarniero, che nel 1153 assale il territorio e sbaraglia l'esercito di Baligano. Il vescovo deve cedere Morrovalle, che può riottenere nel 1164 sostenendo l'imperatore Federico Barbarossa nell'elezione a Pavia dell'Antipapa Vittore IV contro papa Alessandro III, sostenitore dei comuni Lombardi. Berardo, è protagonista e presente insieme ai suoi figli Giberto, Corrado, Ofreduccio di atti notarili e cambi di terre con i vicini Signori di Villamagna e i feudatari loro fedeli. Dalla sua prole ha origine la dinastia dei Da Monteverde. Ruggero è detto Fallerone I, essendo il restauratore delle fortune economiche e politiche della dinastia faleronese, sposa Piuccheneve dei conti di Villamagna, muore prima del 1139. Egli genera una prole ricca di ben 7 figli maschi: Berardo, Pietro, Ofreduccio, Rinaldo, Baligano, Corrado e Guidone. Tra questi vanno ricordati alcuni più celebri passati alla storia per fatti di cronaca ed eventi fondamentali. Dei figli di Fallerone I citiamo quindi i più noti e considerevoli di memoria: Rinaldo è noto con lo pseudonimo di Pellegrino, attribuitogli il 15 agosto del 1222 da San Francesco d'Assisi, che lo convertì, nella Piazza Maggiore di Bologna, dove Rinaldo frequentava la celebre Università. Prima di diventare uno dei più assidui compagni del Santo Assisiate, egli era stato un abile paciere fra le discordie della propria famiglia e da adulto diligente aveva intrapreso gli studi di Diritto a Bologna. Unitosi ai francescani, si recò in Terra Santa ad evangelizzare quelle terre, così come gli era stato ordinato, suscitando persino il rispetto dei Saraceni. Mori nel 1233 a San Severino Marche. Baligano fu alternativamente amico ed aspro nemico dell'imperatore Federico Barbarossa e quindi causa non ultima dell'incendio di Fermo del 1176 e della distruzione del Duomo da parte dell'esercito imperiale. Sposò Tasselgardesca, figlia di Manerio, signore di Ripatransone, risolvendo così le vertenze con il vescovo Adenulfo. Ebbe due volte la dichiarazione di sudditanza e fedeltà del vassallo di Malvicino, castello presso Sarnano; venne a patti con i Signori di Villamagna, strinse alleanza con Tolentino contro San Ginesio, rivendicò in nome dei Signori di Falerone, i diritti su Loro Piceno e acquistò il castello di San Costanzo, villaggio dell'attuale comune di San Ginesio. Morì vero il 1250. Tra i figli di Fallerone I sono da ricordare anche due di loro, che passeranno alla storia per aver dato i loro nomi a due castelli nei pressi di Falerone (castelli che oggi sono comuni): Corrado e Guidone, che legarono il proprio titolo alla storia di Monte Vidon Corrado e Monte Vidon Combatte. Fallerone II, succedette a Baligano alla guida della signoria faleronese, si sa solo che fu simpatizzante del Re Manfredi, sposò Gualteruccia, figlia di Gentile da Varano, signore di Camerino. Muore prima del 1274. Ebbe due figli: Pietro I ed Ofreduccio I i quali consolidarono le fortune della famiglia e diedero una svolta radicale al futuro della loro Signoria. Pietro I da Falerone consolidò le fortune della Famiglia e fondò la dinastia che poi si sarebbe stabilita definitamente a Falerone, identificandosi con i Nobili Emiliani. Ofreduccio I, trasferitosi a Fermo, è il fondatore della dinastia degli Eufreducci, famiglia che sarà al centro delle cronache fermane e godrà di cariche civili e poteri. Tra i suoi discendenti si distingueranno poi, tre secoli più tardi Oliverotto Eufreducci e il nipote Ludovico. Ofreduccio ricopre vari ruoli amministrativi e civili: fu Sindaco di Santa Vittoria in Matenano nel 1270, podestà di Foligno nel 1283, di Jesi nel 1288, di Rieti nel 1293; capitano del popolo a Siena. nel biennio 1293-1294. Nel maggio del 1274, i Signori di Falerone, compresi Pietro I ed Ofreduccio I, procedettero all'amichevole divisione dei loro numerosi beni: il paese di Falerone con i suoi abitanti, quali sudditi tenuti al pagamento delle imposte, il paese di Penna San Giovanni con i suoi abitanti tenuti al pagamento delle imposte,i paesi di Belluco e Servigliano, i proventi della Chiesa di Santa Margherita di Falerone, metà del castello di Loro Piceno, essendo l'altra parte destinata ai signori di Mogliano, il villaggio di Cerreto di Montegiorgio meno la quarte parte, donata a Gualtiero da Brunforte come dote della moglie Agnese, figlia di Corrado fu Fallerone I; i castelli e il territorio di San Costanzo e Colonnalto presso San Ginesio, il villaggio di Bascione di Falerone, i proventi della Chiesa di Sant'Angelo di Piane di Montegiorgio,il villaggio di Piobbico di Sarnano, i beni e i diritti goduti in Tolentino, Ascoli Piceno, Amandola, Montefortino, San Ginesio, Bolognola, Acquacanina, Fiastra e Caldarola con circa 300 vassalli, tenuti ai doveri di fedeltà e sudditanza.Altri beni ricordati nell'atto sono i molini,tra cui quello della Madonnetta a Piane di Falerone (Madonna del Molino), le fornaci di laterizi, il bestiame da cortile e da pascolo. Con Il cambiare dei tempi, il sorgere dei liberi comuni e l'affermarsi delle corporazioni, anche i Signori di Falerone videro diminuire sempre più le loro rendite, per cui furono costretti a rivedere il proprio patrimonio, cedendo e vendendo privilegi e beni alle comunità locali ed adattandosi a vivere come semplici cittadini, accettando uffici civili e cariche amministative. La divisione dei beni fu quindi lo strumento per cominciare alla vendita dei loro cospicui beni lontani dalla residenza faleronese, determinando così il sorgere di molteplici famiglie di proprietari terrieri e nobili nei rispettivi castelli e paesi. In tale operazioni, i fratelli Pietro ed Ofreduccio cedettero i beni siti in Cerreto e Villa Colle al Comune di San Ginesio, vendendo altresì i diritti e i beni goduti presso il Castello di San Costanzo; cedettero al comune di Amandola le loro porzioni di proprietà sul Colle Agello e sul Monte Amandola, compresi vassalli e pertinenze, e con i soldi ricavati comprarono dai loro parenti il Castello di Castelnuovo di Falerone; venderono i beni e i diritti in contrada Aiello al comune di Penna San Giovanni. La divisione di tali beni inoltre, permise l'espansione del paese di Falerone, con la costruzione di un nuovo asse viario verso il borgo di Santa Rosa e l'inclusione dentro la nuova cinta muraria del Convento francescano e della Piazza di San Fortunato. L'espansione del borgo verso Ovest, favorì l'apertura di un nuovo accesso al Castello (Porta Santa Rosa) e la costruzione di una nuova strada verso la frazione di Piane detta di Castelnuovo, riferibile al nuovo Castello. Nuccio figlio di Pietro I, fu podestà di Perugia nel 1310. Filippo e suo figlio Nicola, discendenti di Nuccio; non si hanno particolari notizie su di loro, vivono a cavallo tra il XIII sec. e XV sec. Pietro II e i figli Stefano e Vanni, sono arrestati dai Fermani nel 1378 e obbligati ad inurbarsi a Fermo nel quartiere della contrada Castello, in seguito alla condanna inflitta loro per l'uccisione del figlio del conte Filippo di Massa Fermana. Antonio, figlio di Vanni, dovè dibattersi a lungo nella faccenda del molino della Madonetta di Falerone, con l'aggravio di dover pagare al comune di Penna San Giovanni un canone annuo di due salme di ottimo grano, in compenso della cessione di alimenti ed il vallato con l'acqua del Salino. Antonio non accettando il canone predetto, decise di donare la metà del mulino e dei relativi diritti al Comune di Falerone a patto che questi lo rendesse pienamente efficente e desse a lui la metà della molinatura. Fabrizio Emiliano e Piersante, figli di Pietro III, nipoti di Antonio, nel 1496 venderono l'altra metà del mulino al Comune di Falerone per il prezzo di trecento ducati d'oro. Con i nipoti di Antonio la dinastia faleronese riprende non solo vigore, ma ascende ai maggiori gradi della nobilità fermana, conseguendo il prestigioso patriziato fermano. Dal secondo nome di Fabrizio ha origine la famiglia degli Emiliani, nobili di Falerone e Fermo fino all' XIX sec.

> Teatro Romano

 

MONTEGIORGIO
(in dialetto fermano Muntijorgiu o Muntijorgio, troncato di sovente in Muntijò) è un comune italiano di 7.101 abitanti della provincia di Fermo nelle Marche. Montegiorgio sorge su di un colle al centro della media valle del fiume Tenna. Una posizione dominante che spazia dal Monte Conero a nord, i Monti Sibillini ad ovest, il Gran Sasso a sud ed il Mare Adriatico ad est. Dista 20 km da Fermo, 30 km da Civitanova Marche, 35 km da Macerata e 80 km da Ascoli Piceno. Di origine preistorica, centro importante già nel Medioevo, vede la presenza documentata dei Farfensi verso l'anno 1000 quando l'agglomerato di abitazioni viene nominato come Mons Sanctae Marie in Georgio. Intorno al 1100 furono costruite le mura di cinta, successivamente si eresse a comune e si alleò con la vicina Fermo. Intorno al XIV secolo vi si insediarono i Francescani e risulta esistente un ospedale a cui, nel 1320, Giacomo Diotallevi, fece una ricca donazione. Nel 1357, data la sua importanza nelle proprietà della Santa Romana Chiesa, fu collocato alla pari con città quali Pesaro e Macerata. In questo periodo si afferma, come in molte altre città italiane, il sistema della signoria, la famiglia dei Della Pittima acquisisce questo ruolo che perdurerà fino all'invasione napoleonica. Portale di san SalvatoreMontegiorgio partecipa alle lotte succedutosi nelle Marche tra i Visconti ed il Papato. L'attuale nome del comune de terra Montis Georgei viene indicato, per la prima volta in un documento ufficiale del 1433. Sottomesso dagli Sforza nel 1434 ritornò sotto il Papato nel 1450. Gli anni successivi lo vede al centro di lotte dagli esiti alterni con Fermo ed i castelli limitrofi. Dopo gli spagnoli al servizio dei Della Rovere, nel 1528, fu invaso dalle bande dei mercenari reduci dal sacco di Roma. Nel XVII secolo nascono le Confraternite, viene eretto il monastero di Sant'Andrea e fu istituito il Monte di pietà. A metà del 1700 a Montegiorgio vi erano 15 chiese, un grandioso incendio distrusse l'abitato e gran parte dei documenti dell'archivio comunale. Alla fine del secolo arrivarono le truppe napoleoniche che fecero razzia di numerose opere d'arte. Salvo le brevi parentesi in cui fece parte dell'Austria (1815) e della Repubblica Romana (1849) è rimasto sotto lo Stato Pontificio fino all'annessione al Regno d'Italia nel 1860. In questo periodo (1825) fu edificata sui resti dell'antica chiesa di San Salvatore, la chiesetta di Santa Maria degli Angeli la cui sacrestia ha una parete chiusa dal portale trecentesco e sistemati gli spazi adiacenti con la costruzione del loggiato che orna parte della piazza sottostante. Nel 1846 nasce la banda musicale, nel 1870 il comune acquista la chiesa di San Francesco e il monastero adiacente viene adibito a sede municipale. Nel 1878 fu costruito il teatro oggi intitolato a Domenico Alaleona illustre musicista cittadino, demolendo il preesistente palazzo dei duchi Della Pittima che ospitava anche la sede comunale del quale resta solamente la Torre civica. LUOGHI DI INTERESSE: Portale o arco del Trecento, è la parte rimanente dell'ingresso della chiesa di San Salvatore costruita alla fine del secolo XIV e abbattuta nel 1827. Altri frammenti architettonici e pittorici del complesso chiesa-convento agostiniani sono leggibili nel vicino Palazzo Passari, ora in parte sede dell'ufficio delle Poste Italiane. Monumento ai Caduti, il combattente di Gaetano Orsolini. Teatro Comunale Domenico Alaleona, ricavato nell'ex Palazzo Comunale, di cui rimane l'annessa Torre Civica. Mura castellane del XIII e XIV secolo. Porte di San Nicolò e Sant'Andrea, XVIII secolo. Chiesa di San Francesco, eretta nella parte più alta del paese nel XIII secolo, era chiamata chiesa di Santa Maria Grande. Dedicata successivamente a san Francesco, per volere di Sisto V, fu ristrutturata alla fine XVI secolo secondo i gusti dell'epoca. Aperta al culto fino al crollo di parte del tetto, avvenuto alla metà del XX secolo. Annessa alla chiesa vi è una cappella in stile gotico che, oltre a monumenti funebri ha le pareti affrescate da Antonio Alberti da Ferrara intorno al 1425. Annesso alla chiesa vi è l'odierno Palazzo Comunale che dopo la demolizione del precedente edificio già conventuale conserva lo scalone opera di Panfilo Gentili. Chiesa di San Giovanni e Benedetto (Parrocchiale); Chiesa di Sant'Andrea; Chiesa di Santa Chiara; Chiesa di San Michele; ex Chiesa della Madonna della Luna; Chiesa di Santa Maria degli Angeli, annessa al portale della scomparsa San Salvatore; Ippodromo San Paolo I borghi di Cerreto ed Alteta, esempio di castelli medioevali. ISTITUZIONI ENTI ASSOCIAZIONI Società operaia di mutuo soccorso Confraternita della Misericordia, fin dal secolo XVII si occupa di assistenza morale e materiale dei cittadini Donatori di sangue FRATRES, fin dal 1968. Oltre 500 prelievi annui Archeoclub d'Italia, la sezione di Montegiorgio promuove ed anima le attività culturali con la collaborazione dei singoli cittadini e delle istituzioni pubbliche A.S.D. Nuova Olimpia, associazione di ginnastica artistica e danza, elemento di vanto per la realtà montegiorgiese Banda Musicale Domenico Alaleona, fondata nel 1846. CULINARIA: La cucina montegiorgese è simile a quella degli altri centri del Fermano. I piatti tipici sono: I vincisgrassi, (simili alle lasagne, ma senza besciamella e con un condimento costituito da verdure varie, pomodoro, carne di bue, interiora e fegatini di pollo). La porchetta: un maiale intero condito con spezie e finocchio selvatico cotto al forno. La galantina: una gallina disossata viene farcita con un impasto di carne macinata, uova, olive e verdure varie. Durante la cottura in acqua con verdure e spezie, viene posta tra due assi con un peso sopra che le conferisce una forma rettangolare, viene cosumata fredda, a fette. A Natale il cappone arrosto, mentre a Pasqua l'agnello. Tra i dolci tipici si ricordano: Caciù (calcione) dolce tipico carnevalesco montegiorgiese. Originariamente il ripieno era costituito da fave macinate o ceci o formaggio, con i tempi moderni si sono aggiunti altri ingredienti quali il cacao, la cioccolata e altre varianti. Preparazione: una sfoglia a base di farina zucchero e uova, tirata sottile, se ne taglia una striscia della larghezza di una ventina di centimetri, ogni 20 centimetri si pone un po' di ripieno (un cucchiaio abbondante) si ripiega e ritaglia la sfoglia lasciando un po' di margine intorno al ripieno. Una volta ricavati i caciù, vanno poi fritti per qualche minuto in abbondante olio o strutto bollente, sono gustabili sia caldi che freddi. Dal mese di marzo del 2009 i Caciù de Muntijorgio sono tutelati da una Denominazione Comunale di Origine in cui sono stilate le caratteristiche del prodotto. A proposito di calzoni (o calcioni): {{Dialetto maceratese-fermano-camerte}} « Li fa de cecio co' na dose justa, de cascio, de ricotta, quilli gusta ! Sulo a pensacce pare de magnalli e te fa satollà sinza proalli. » (IT) « Li fanno di ceci con una dose giusta, di formaggio, di ricotta, quelli sono gustosi ! Solo a pensarci, sembra di mangiarli, e ti fanno saziare senza assaggiarli » (dalla poesia Montejorgio Cacionà di G. Capecci) - Cicerchiata, sfrappe e le Scroccafuse (una variante delle classiche frittelle) dolci tipici del carnevale. Pristincu o pistrincu:(dolce natalizio) a base di fichi secchi, mandorle, pinoli, noci, uva passa, cacao e miele Liquori Mistrà e Anisetta, (liquori di produzione locale a base d'anice) Vino cotto (di produzione familiare che non viene commercializzata)

> Hotel Ristorante "Oscar e Amorina": specialità consigliata "Scottona Marchigiana"

> Aviosuperficie "Guido Paci"

> Ippodromo San Paolo (Corse al Trotto)

 

GROTTAZZOLINA
 

 

MAGLIANO DI TENNA
(in dialetto fermano Majà, o anche Majanittu per le sue piccole dimensioni) è un comune italiano di 1.413 abitanti della provincia di Fermo nelle Marche.. Secondo una tradizione non documentata venne fondato da tal capitano di ventura Mayano. In una cappella comunicante con la chiesa di San Gregorio è conservata la Madonna con le sante Vittoria e Lucia, attribuita a Vincenzo Pagani.

 

RAPAGNANO
Rapagnano (Rapagnà in dialetto fermano) è un comune italiano di 2.015 abitanti[1] della provincia di Fermo nelle Marche. Si fa risalire l'etimologia del nome Rapagnano al fatto che sulla sommità del colle del paese sarebbe sorto un tempio ispirato al dio Giano. Rapagnano è citata in alcuni scritti dello storico Plinio il vecchio. Nel 1880 nel paese vennero trovati reperti romani e preromani. Nel medioevo è stato un castello alle dipendenze di Fermo. Dichiaratamente filopapale come dimostrano i merli guelfi dei suoi torrioni, si trovò spesso in contrasto con Montegiorgio. Intorno al 600-700 un terremoto ha costretto il paese ad una ricostruzione con l'ampliamento della piazza e la ricostruzione di alcune chiese e del palazzo comunale. A Rapagnano è conservata in un prezioso reliquiario la mano destra di San Giovanni Battista.
Corpo bandistico città di Rapagnano [modifica] Non si conosce con esattezza l'anno a cui risale la formazione del primo nucleo bandistico di Rapagnano ma in un vecchio diario, manoscritto ed inedito, si narra che nel 1861 la banda rapagnanese tenne un concerto nella pubblica piazza. È certo in ogni modo che il "Corpo Bandistico città di Rapagnano" fu sciolto in seguito allo scoppio della prima guerra mondiale. Altri documenti testimoniano che nel 1924 la banda si era già ricostituita ed operava con solerzia e passione, partecipando a molte feste patronali e patriottiche, scandendo così, con la musica, i lenti passi della vita sociale del paese. Partecipò inoltre anche ad un concorso per bande nella capitale romana. Con l'inizio della seconda guerra mondiale, il gruppo si sciolse e nel 1950 conobbe nuova vita per alcuni anni. Solo nel 1986 grazie alla passione e all'amore per la musica dell'ormai scomparso Presidente Ermanno Macchini, i vecchi strumenti furono rispolverati creando un complesso che oggi vanta circa 40 musicisti. Dal 2000 la Banda ha come Presidente il Sig. Danilo Ribichini, partecipa a feste religiose e patriottiche, a rassegne e concerti, organizza ogni anno corsi d'orientamento musicale per le varie sezioni strumentali. L'attuale Banda è gemellata con il "Corpo bandistico città di Ostia", con la "Banda musicale di Marano sul Panaro" e con la "Banda musicale comunale cumianese". Nel 2006 la Banda si è classificata al primo posto nella sua categoria alla IX^ edizione del concorso "La Bacchetta d'Oro". Diretto dal Maestro Daniele Berdini il "Corpo bandistico città di Rapagnano" ha un repertorio costituito da marce, brani di musica popolare, folclorica e brani originali di stile moderno. Personalità legate a Rapagnano [modifica] La piazza è intitolata a Siccone Sicconi che nato a Rapagnano viene eletto Pontefice nel 1003 con il nome di papa Giovanni XVII. Governò la chiesa per soli 137 giorni, finché una grave malattia ne causò il decesso. A Rapagnano è presente una delle più antiche società ciclistiche della regione Marche, la U.S. Rapagnanese. Importante anche la società di pallavolo femminile Rapagnese e la società A.C. Rapagnano squadra di calcio che milita in seconda categoria con trascorsi in prima categoria.

> Teatro Comunale Nuovo

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MONTE URANO
in dialetto fermano Munturà o Monturà) è un comune italiano di 8.467 abitanti della provincia di Fermo nelle Marche. Rappresenta una delle più grandi concentrazioni dell'industria calzaturiera italiana (vi si fabbrica il 15% della produzione mondiale di calzature per bambino e negli ultimi anni ha acquisito nuove quote di mercato anche nel settore delle calzature da uomo e da donna). Vi operano circa 400 aziende con 5.000 addetti, con una produzione giornaliera di circa 130.000 paia di scarpe. L'industria locale, caratterizzata da un elevato livello tecnologico, si è concentrata nella zona industriale di Monte Urano (o "CAM", dall'originario Consorzio Artigiani Monturanesi), di 52 ettari di estensione.

> Parco Fluviale "Alex Langer"

> Distretto calzaturiero

 

FERMO
La ricorrenza più in rilievo per Fermo è la Festività di Maria Assunta, il 15 agosto. In tale periodo si svolgeva la Fiera, ed il Palio.
Chiese nel centro storico di Fermo Chiesa del Carmine, con annesso convento, in corso Cefalonia. Chiesa del monastero delle Cappuccine, in via Lattanzio Firmiano, ai margini delle antiche mura della città. Chiesa della Pietà, già sede della parrocchia di San Matteo, in corso Cefalonia. Chiesa delle Clarisse, con annesso convento di clausura, in via Leopardi. Chiesa della Madonna del Pianto, in via Garibaldi. Chiesa della Madonna delle Grazie, nel largo omonimo. Chiesa di San Domenico, in prossimità di Piazza del Popolo. Chiesa di San Francesco, con annessa parrocchia di Santa Maria delle vergini, in largo Mora; fu costruita sul lato orientale della città tra il 1240 ed il 1425 (completamento del campanile); la facciata fu modificata nel Settecento, mentre il portale è datato 1604; l'interno, di imponenti proporzioni e restituito al primitivo aspetto dai restauri del Novecento, è costituito da tre navate divise da sei grandi pilastri e dall'abside poligonale; nella cappella laterale dedicata al SS. Sacramento si trova la tomba di Ludovico Euffreducci del 1527, attribuita ad Andrea Sansovino; il complesso comprende il convento dei Frati Minori Conventuali. Chiesa di San Michele Arcangelo, già sede di Insigne Collegiata e di Parrocchia, in via Bertacchini. Chiesa di San Pietro, già sede di parrocchia, in via Lattanzio Firmiano. Chiesa di San Rocco, in piazza del Popolo, sotto la parte trecentesca del loggiato. Chiesa di Sant'Agostino, con annesso ex convento, in via Montani. Chiesa di Santa Caterina, con annesso convento dei Canonici Regolari Lateranensi, in via Brunforte. Chiesa di Santa Lucia, sede di Parrocchia, in via Marconi. Chiesa di San Zenone, la più antica della città, in largo Fogliani. Santuario della Misericordia, con annesso convento degli Agostiniani scalzi, in via Augusto Murri. Oratorio di Santa Monica, in largo Alvaro Valentini. Altre chiese nella città di Fermo [modifica] Chiesa di Cristo Amore misericordioso, nel nuovo quartiere di Santa Petronilla. Chiesa della Madonna del Ferro, nella zona occidentale della città. Chiesa San Lorenzo, attuale convento dei Cappuccini. Chiesa di Sant'Alessandro, presso il Seminario arcivescovile al quartiere Tirassegno. Chiesa di Sant'Antonio di Padova, quartiere Viale Trento/Villa Vitali. Chiesa di Santa Maria degli Angeli, nella zona Borgo Diaz/Cappuccini. Altre chiese nel territorio di Fermo. Chiesa dell' Immacolata Concezione, a Ponte Ete. Chiesa dei Sacri Cuori, nell'omonima contrada. Chiesa di San Gabriele dell'Addolorata, a Campiglione. Chiesa di San Giovanni Battista, a Torre di Palme. Chiesa di San Giovanni Bosco, a Molini di Tenna. Chiesa di San Girolamo, nell'omonima contrada. Chiesa di San Giuseppe artigiano, a Marina Palmense. Chiesa di San Marco alle Paludi, nell'omonima località. Chiesa di San Norberto vescovo, a Lido di Fermo. Chiesa di Santa Maria, a Capodarco. Chiesa di Santa Maria a Mare, nell'omonima località. Chiesa di San Tommaso di Canterbury, a Lido San Tommaso. Fontane storiche [modifica] Diverse sono le fontane storiche presenti a Fermo: Fonte di San Francesco di Paola, all'incrocio tra viale Trento e via Zeppilli; Fonte Fallera (XIV sec.), nell'omonima contrada; Fontana dell'Episcopio (1690), realizzata all'epoca dell'arcivescovo Ginetti, in Via Leopardi; Fontana Catalani (1735), in Via Recanati; Fontana Spinucci (1813) non più funzionante, in Via Rialto; Fontana di Porta San Francesco (progetto del 1894); quest'ultima fu aperta in occasione della inaugurazione dell'acquedotto del Polesio (22 agosto 1896) che portava l'acqua a Fermo; l'acquedotto fu poi incrementato nel 1951 dalla conduttura di Pescara di Arquata del Tronto e nel 1981 dell'acqua di Foce di Montemonaco; Fontana del Duomo (1927), al piazzale del Girfalco. Parchi [modifica] Un'area verde è collocata presso il Girfalco o Girone, nel punto più alto del colle sabulo, ove sono presenti il Duomo e la Villa Vinci (dal Cinquecento al 1820 convento dei Cappuccini), con diversi punti panoramici. Altro parco pubblico all’interno di Villa Vitali, struttura di proprietà comunale in viale Trento. Di più recente istituzione un’ampia area attrezzata, denominata Parco della Mentuccia. Architettura civile Complesso Porta San Francesco-Torretta Oraria, dell'architetto fermano Giovanni Battista Carducci Area del Teatro romano, sul lato settentrionale della sommità del colle sabulo Palazzo dell'Università, in piazza del Popolo (sede della biblioteca civica Romolo Spezioli) Palazzo Fogliani, in largo Fogliani Palazzo Vinci, in largo Ostilio Ricci Palazzo Vinci-Gigliucci, sul Girfalco Palazzo Vitali-Rosati, in corso Cefalonia Torre Matteucci, in corso Cefalonia Villa Vitali, a viale Trento Villa Mancini, prossimità Cappuccini
Le Cisterne romane sono un'opera edilizia ipogea di epoca augustea (40 d.C.), della superficie di circa 2.000 metri quadrati divisi in 30 camere in 3 file parallele, realizzate allo scopo di accumulare acqua. Ancora ottimo è lo stato di conservazione. Sono tutt'ora visitabili.
La piazza del Popolo è il salotto della città, tra due ampie file di logge. Sulla piazza si affaccia il Palazzo dei Priori, sede di rappresentanza del Comune che ospita anche la pinacoteca comunale. All'interno vi è la Sala del mappamondo.
Il Teatro dell'Aquila, con una capienza di circa 1000 posti, 124 palchi in 5 ordini e circa 350 metri quadrati di palcoscenico, si colloca tra i più imponenti teatri del Settecento nelle Marche e nell'Italia centrale
Il centro storico di Fermo è delimitato da una cinta muraria quattrocentesca, di epoca sforzesca, in parte ancora visibile, munita di torri rompitratta e porte di accesso. Il castello di Fermo è invece stato definitivamente smantellato nel Quattrocento.
Dal Girfalco o Girone, dal punto più in alto della collina, si apre una ampia vista: di 180° verso il litorale, a nord verso Macerata e a sud verso Monterubbiano. Straordinario il panorama goduto da Torre di Palme, frazione di Fermo a sud della città a picco sul mare.
Nel sottosuolo di Fermo è presente una vasta rete di cunicoli, alcuni dei quali di epoca romana e medieovale, con funzione di opera di protezione del suolo mediante drenaggio/captazione delle acque
Nella periferia di Fermo sono state individuate e parzialmente scavate tre grandi necropoli: in contrada Mossa verso est, in contrada Misericordia e Solfonara verso ovest. L’epoca di riferimento più significativa di queste necropoli è quella proto-villanoviana (dal IX al VII sec. a. C.). Le aree sono state ricoperte, ed i reperti sono in gran parte parte esposti al Museo archeologico nazionale di Ancona ed in parte nella sezione archeologica "Dai Villanoviani ai Piceni", in deposito presso il Palazzo dei Priori.
La città di Fermo è stata un luogo di studi superiori, sin dall'istituzione dell'Università ad opera di Lotario (825), frequentata da studenti provenienti da tutta l’Italia, in particolare dall’area centrale, ma anche dal vicino Abruzzo, nonché da nuclei di studenti dell'Illiria e dalla Germania. A Fermo furono presenti anche strutture per l’accoglienza degli studenti: il Collegio di Propaganda Fide (Collegio illirico, poi Chiesa dei Padri Oratoriani, attuale palazzo del tribunale); il Collegio della Sapienza Marziale (l'area del collegio è attualmente occupata dal nuovo edificio della scuola elementare Sapienza); il Collegio Fontevecchia (ex convento domenicani); il vecchio Seminario arcivescovile (ex convento dei carmelitani, attualmente sede staccata dei corsi tenuti dall'Università degli Studi di Macerata).
La vocazione turistica del territorio è stata indirizzata, oltre che sulla ricettività alberghiera, sul camping. Nelle aree del territorio di Fermo a sud (Marina Palmense) ed a nord (Lido di Fermo) insiste la maggiore concentrazione, per estensione, di camping di tutte le Marche meridionali.

 

SANT'ELPIDIO A MARE
 

 

PORTO SANT'ELPIDIO

 

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APPUNTAMENTI ANNUALI

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MONTEFORTINO
Sagra della cucciola

 

AMANDOLA
Beato Antonio Migliorati viene festeggiato il 25 gennaio, ma la festa grande si ha l'ultima domenica di agosto con concerti, la rievocazione storica delle canestrelle, luminarie e fuochi d'artificio
Epifania, le befane scendono in piazza con relativi giochi a tema e cantanti. 25 gennaio, festa del patrono cittadino, il Beato Antonio Migliorati da Amandola. Carnevale "de li Paniccià", famosissimo carnevale paesano a cui ogni anno vi partecipano numerosi carri di ogni paese vicino. È un'importante occasione di felicità e accoglienza che il popolo Amandolese mostra. Seconda/terza settimana di luglio, sagra della fregnaccia. Nella terza settimana di agosto il paese si veste a festa per celebrare in maniera sfarzosa il suo patrono. Musica, giochi, divertimenti di ogni tipo per tutta la giornata compresa la sera. Nell'ultimo giorno, spettacolari fuochi d'artificio illuminano il cielo buio del paese. Prima settimana di Novembre, "Diamanti a tavola!. Rassegna dei prodotti tipici del paese e delle zone circostanti con particolare attenzione per il tartufo nostrano. Vi sono anche pancetta, coppa maritata, la famosa dialettalmente chiamata "crispella" e molte altre prelibatezze culinarie locali.

SMERILLO Oggi è rinomato per il cinema all'aperto a ferragosto e per la "Castagnata in piazza" (terza domenica di ottobre).
MONTE SAN MARTINO
PENNA SAN GIOVANNI
SANTA VITTORIA IN MATENANO

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SERVIGLIANO

BELMONTE PICENO
Una festività molto importante che si svolge a Belmonte Piceno il 3 maggio è Santa Croce. Si dice che all'interno di una teca in argento sia contenuto un minuscolo pezzettino del crocefisso su cui fu inchiodato Gesù.

FALERONE

MONTEGIORGIO
23 aprile
festa del patrono san Giorgio,
22 maggio
santa Rita da Cascia benedizione delle rose,
21 novembre
fiera del soccorso

GROTTAZZOLINA
MAGLIANO DI TENNA
RAPAGNANO

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MONTE URANO
FERMO
SANT'ELPIDIO A MARE
PORTO SANT'ELPIDIO
   

Parte del Progetto di Valorizzazione della ValTenna (www.valtenna.net) ideato da Simone Menin (www.simonet.it) ed appoggiato da Confcommercio Fermo con la collaborazione degli Enti pubblici, e della Camera di Commercio di Fermo
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Note:

[*1*]

L'ora legale è la convenzione di avanzare di un'ora le lancette degli orologi durante il periodo estivo, in modo da aumentare la luce solare nel tardo pomeriggio a scapito del primo mattino. Tipicamente, lo spostamento in avanti avviene all'inizio della primavera, per essere annullato durante l'autunno. Di contro, l'orario di base usato da ogni paese durante l'inverno prende il nome di "ora solare" o "ora civile convenzionale". (da Wikipedia, l'enciclopedia libera)

[*2*]

MSLM: Metri Sul Livello del Mare
  Le fonti di queste notizie sono prevalentemente i portali www.wikipedia.org e www.comuni-italiani.it